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Uno come noi

Per commemorare il centenario della nascita di Giuseppe Lazzati “Incroci News” pubblicò uno speciale a lui dedicato (con articoli di Monaco, Morati, Pizzul, Locatelli, Formigoni, Rossotti). L’articolo di Enrico Morati ci sembra una rara testimonianza dell’umanità di Lazzati; un’umanità che era da cogliere soprattutto nei colloqui personali, con brevi, chiare parole, con semplicità, l’argomento veniva affrontato e risolto.

Ero un ragazzino decenne, che insieme con i miei compagni, aveva affrontato lo scalone che porta all’aula Pio XI,(1) di gran corsa; in alto, al sommo dello scalone c’era ad attendere i visitatori il giovane professore Giuseppe Lazzati. Lo rivedo benissimo nel suo inappuntabile abito blu a doppio petto, la camicia immacolata e una cravatta dal nodo perfetto.
Mi prese al volo - ero arrivato primo! - e passandomi una mano nei capelli mi disse sorridendo «chi l’è ’sto scavion?».(2)
Mi rimase impressa quella parola che mi suonava un poco ad offesa (tanto più che ero stato bloccato in piena corsa) e soltanto dopo conobbi il significato.
Ritrovai Lazzati in via Matteo Bandello 13, dove c’era la Casa dell’Azione cattolica (è andata distrutta dalla guerra). All’ultimo piano aveva sede la Federazione giovanile milanese di Ac, come si chiamava allora (Giac dopo la guerra). Era una sede assai semplice, ma messa con un certo stile.
L’ufficio del presidente era piccolo, ma mi attirava perché era pieno di riviste e giornali. Se lui non c’era, nonostante avessi i calzoni corti (12 o 13 anni) mi precipitavo dentro a leggere. Lui arrivava mi salutava sorridente e mi lasciava fare. Se invece dovevo lasciarlo libero lo capivo senza che me lo dicesse. Ero sempre io a parlare a ruota libera. Lui faceva quello che doveva fare, ma non mancava di darmi attenzione, divertito dalle mie fanciullaggini.
Io, invece, l’ascoltavo, senza capire molto, nelle adunanze del lunedì sera, quando lui e don Ettore Pozzoni riunivano i propagandisti dell’Azione cattolica di ritorno dai loro giri domenicali in diocesi. Andavo con mio fratello, segretario diocesano, prima in cappella per il Rosario, e poi di sopra, in salone.
Avevo 15 o 16 anni quando mi chiamò a fare parte dell’Ufficio studenti, con Franco Castellani, un giovane di doti eccezionali, caduto poi in Albania, che era il responsabile, e c’era anche il poi don Zerbi, studentino che cercava di imparare a fumare e non ci riusciva, con grande divertimento di tutti.
Non ricordo nulla di Lazzati in concreto, ma sento ancora oggi quanto la sua umana presenza abbia allora influito su di me. Come amico… più grande, in quel clima di via Matteo Bandello. E tale si rivelò nel primo dei due inverni in cui mi invitò a sciare durante le vacanze di Natale.
In Val Badia, 1939, fu lui a farmi mettere gli sci e a farmi fare i primi passi sui legni. «Vieni dietro a me…» e per un’ora buona mi fece strascicare in piano, in leggera salita e in leggera discesa. Io avevo gli Angrisani di frassino, dal motto rovesciato “Flectar non frangar” e lui, invece, i suoi vecchi sci di tenente degli alpini, piccoli, dipinti di verde, tanto che faceva fatica ad andare in discesa. Era agile e non soffriva in salita. Andava via di buon passo.
Lazzati però dedicava non poche ore ai suoi impegni. Sciava un pochino alla mattina, ma al pomeriggio si ritirava in camera sua a lavorare come fanno i professori. A tavola era un gran commensale, come sempre, bravo a sopportarmi, a interessarsi o far finta di interessarsi alle mie facezie di liceale petulante e invadente. Era bravissimo a giocare a carte, dopo cena, e io, in coppia con lui facevo bella figura a briscola e a scopa, ma era difficile averlo al tavolo… verde. Lo faceva perché lo divertiva e per non sottrarsi alla vita comune, così come quando accettava di fumare una sigaretta.
Però era sempre attento anche nelle piccole cose, soprattutto nelle piccole cose. Quell’anno, passando da Brunico, dove aveva prestato servizio di leva tra gli alpini, conoscendo la mia golosità, mi portò in una pasticceria che conosceva e offrì a me e agli altri delle gustosissime paste alla crema e al cioccolato che ricordo ancora. Anche a lui piacevano le paste e proprio per questo le offriva con gioia agli altri.
L’estate di quell’anno, venne a Pera di Fassa, dove io ero con la mia famiglia e con altre famiglie milanesi di studenti dell’Istituto Gonzaga (tutti amici) e si trattenne qualche giorno in vacanza. Mio fratello e il suo compagno di liceo Adriano Tondi, portarono i due sulla Marmolada, sulla seconda Torre del Vajolet, la Stabeler (terzo con passaggi di quarto grado), sul Catinaccio per la via normale (secondo grado), sul Catinaccio d’Antermoia. Fecero la traversata del passo Santner e salirono al Piz Boè, nel gruppo Sella/Pordoi. Lazzati soffriva un po’ di vertigini, in compenso le due “guide” ebbero in dono una magnifica corda, un attrezzo che a loro mancava e che desideravano da tempo.
L’anno dopo io fui, per le vacanze di Natale, a Certosa, in Val di Senales. Con Lazzati c’era anche Giuseppe Fassina di Monza, anni dopo magna pars della Sea e dell’Aeroporto di Linate, e trovammo, non a caso, un gruppo di giovani di Treviglio, guidati da don Ernesto Castiglioni. Fu un anno di non-neve, ma ci divertimmo moltissimo e camminammo per la Val di Senales, allora sconosciuta ai più, in su e in giù. Dimenticavo: a Certosa si arrivava a piedi dopo non pochi chilometri con lo zaino e gli sci in spalla… e così al ritorno.
Lazzati era presente con discrezione, ma sempre camminatore instancabile, maestro dei cori alpini, intrattenitore. Un suo numero da attore comico era “La vispa Teresa”, recitata con una mimica e una voce straordinarie.
Quell’estate a Pera di Fassa venne anche tutta la famiglia Lazzati, conobbi la mamma, le sorelle, i fratelli. Giovanni un poco serio, Agostino e Tano (Gaetano), presenti, divertenti, godibilissimi, compagnoni. Una famiglia come tante altre, unita e semplice, gentile. Qualche anno dopo andai da lui, in via Meda dove abitava la famiglia Lazzati, per una decisione di vita; lui ascoltò, disse poche parole con grande semplicità.
Fu così anche quando mi chiamò a dargli una mano al Collegio d’Oltremare, con Marcello Candia, Tina Belgioioso, la dottoressa Andreina Cavallazzi. Aveva già tanto da fare, ma alla richiesta dell’arcivescovo Montini, non aveva saputo dire di no.
Richiesta più che raddoppiata quando Montini gli chiese di dirigere L’Italia. Anch’io lo raggiunsi a L’Italia insieme con quel grande giornalista che era Italo Uggeri. Lo sentimmo come un dovere, ma lui non aveva osato chiedercelo. Furono tre anni di rapporto pieno, difficile da gestire in quell’ambiente, dove non mancavano le difficoltà, con molti occhi puntati e non sempre benevoli.
Ebbi modo di dargli una mano perché molte volte dirottava a me necessità e casi umani, problemi di collaborazione, richieste di lavoro e il mio intervento talvolta era a sua difesa, convincendolo che bisognava anche rispondere di “no”…
La cosa più sorprendente era, comunque, la mole di lavoro che riusciva a svolgere. Non aveva abbandonato alcuno degli impegni che aveva prima. Il giornale era un di più: scriveva i “fondi”, intratteneva rapporti ad alto livello, teneva a bada la redazione, i molti visitatori, il telefono, la corrispondenza. Rispondeva a tutti. Trovava anche modo di chiacchierare come fanno i giornalisti… per qualche minuto, non di più.
Sapeva fare vita comune e spesso andava con alcuni redattori a cena in trattoria. Tornava a casa di notte con i mezzi che trovava, la circonvallazione, un tassì, fino a quando negli ultimi tempi il giornale non si decise a mettergli a disposizione una macchina con autista. Quella macchina diventò anche un bus, perché accoglieva qualcuno dei redattori appiedato come lui. Non sarebbe stato capace di usare un’auto tutta per sé.
Semplice, senza doppiezze o ambiguità tutto il suo comportamento, anche se lui era anche accorto, furbo, ma uomo logico, sapiente e buono. Accettava l’“attenzione” che gli veniva presentata, ma ci pensava sopra ed evitava di approfondire ferite, divisioni, affronti. Li sanava. Non esitava e dava anche tagli netti, se ci volevano. Aveva chiari i suoi diritti e doveri. Lui era il direttore e sapeva esercitarsi in tale ruolo, con dignità, si faceva rispettare e rispettava.
Bisognerebbe mettere in luce tanta saggezza e dirittura professionale, tanta capacità e tanta libertà di spirito e di accoglienza degli interlocutori anche quando veniva espresso un maleducato dissenso, talvolta minaccioso. In questi casi Lazzati salvaguardava la carità, ma anche la verità e la sua risposta non dava adito alle incertezze o alle versatilità di un patteggiamento. La sua umanità emergeva sempre.
Una umanità che era da cogliere soprattutto nei colloqui personali. Le testimonianze sono innumerevoli e anche chi scrive lo può dire. Con brevi, chiare parole, con semplicità, l’argomento veniva affrontato e risolto. Era “uno come te” e non un nume tutelare enciclopedico.
Da “uno come te” ti invitava a casa sua e sceglieva il momento per l’amico. «Vieni», diceva, «a mangiare un risottino, potremmo parlare di tante cose, potresti darmi delle idee…». Io? Ma lui era così, credeva negli amici e li coltivava sia pure in mezzo ai molteplici impegni.
Mi piace ricordare quando fu nominato Rettore della Cattolica. Venne in Rai per l’intervista di rito e poi lo accompagnai a casa, in via Nievo. Strada facendo gli dissi: «Sai Bepi cosa dicono i tuoi e miei amici? Dicono che quando avrai sistemato le cose ti daranno un calcio nel sedere (sic) e ti manderanno via».
Lui mi guardò tra l’ironico e il divertito, come era solito fare molte volte di fronte a certi problemi ed esclamò: «Oh bravo! Oh bravo! E l’obbedienza dove la metti?». Così con l’obbedienza salvò la Cattolica dal dissenso degli ultras di Capanna e soci e più tardi dall’intervento della Segreteria di Stato che nella persona del card. Benelli voleva chiudere l’ateneo perché “comunista”.
No, non era un Santo automatizzato, ferreo esecutore di una ferrea regola di vita. Era un uomo vivo, conosceva e amava il suo tempo. Quando era a Roma, deputato, non disdegnava, avendo una sera libera, di andare a teatro, a un concerto e non poche volte invitava le sorelle Portoghesi, le signorine che tenevano a pensione lui e la ormai famosa Comunità del Porcellino.
Dossetti, di quel tempo, ha ricordato, come vicino di camera, come scandivano i tempi di preghiera e di studio di Lazzati; a me piace ricordare che qualche ora del suo tempo libero (come mi ha raccontato il mio amico Bepi) davano spazio al divertimento culturale. Amava essere informato su gli avvenimenti sportivi, ma non disse mai delle sue preferenze di “maglia”. Da suo fratello Tano seppi che erano le mie stesse.
Era uomo equilibrato e libero, viveva l’ordinario della vita con una certa austerità e con un atteggiamento di apparente distacco. Eppure quell’estate in cui doveva fare da testimone a nozze importanti gli chiesi: «E se avessi dovuto mettere l’abito con le code e il cilindro?». Lui rispose: «Sarei andato dal sarto e avrei comperato il cilindro!». Arrossì, invece, quella volta che lo operarono alle tonsille. Era in una clinica privata e quando andai a trovarlo la prima cosa che disse fu «… sono qui…», con un tono quasi per scusarsi per non essere in un comune ospedale.
Ultime notazioni: non gli ho mai chiesto cosa e quanto leggesse libri e giornali, ma so di certo che era perfettamente aggiornato. Non so che uso facesse della Tv e della radio e tanto meno del cinema. La frequentazione con tanto mondo diverso certamente lo aiutava a colmare i vuoti. La sua giornata non gli dava spazi. Oltretutto comprendeva almeno due ore di preghiera…
Uomo vero, uomo vivo. Ha affrontato l’ultima impresa della sua vita, lo scontro con la malattia e la morte, con l’inerme apparenza di una normalità collaudata. Ha continuato a fare quello che già faceva e qui, sì, con ferrea determinazione, dove alle sempre più ridotte capacità del corpo suppliva la grandezza dello spirito.
Riascolto il registrato del suo ultimo intervento a San Salvatore, con i giovani, per la Santa Pasqua e non posso fare a meno di convincermi che lui è già di là. Che vede. Ne sono convinto come era convinta Maria Dutto quando scrive: «Lo sentii parlare della Trinità e non potei fare a meno di chiedergli se la vedesse, tanto era luminoso quello che aveva detto…».
Mi accorgo che per parlare di lui ho scritto molto di me, ma non ho potuto farne a meno. Di lui si può parlare soltanto per riflesso, per quello che ha detto, fatto. Di sé nulla o quasi ha rivelato. Bisogna allora leggerlo dentro sé stessi, dentro quanti da lui hanno avuto parola ed esempio. Soprattutto amore, perché la sua vita è stata tutta un dono di amore per Dio, per il prossimo, per il mondo. Un amore pieno, essenziale perché nulla a sé stesso ha mai concesso, sembrerebbe di dover dire.

Enrico Morati

(1)
Presso l’Università Cattolica di Milano nell'autunno del 1933

(2)
“…scavion…” (la "o" si pronuncia "u" e la parola in italiano si traduce, secondo il Banfi, professor Giuseppe, autore del Vocabolario Milanese-Italiano edito nel 1870, con “scarmigliato, “scapigliato”).

 

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