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Giuseppe Martini

Giuseppe Martini

Arcade 11 ottobre 1919 – 1953 - Montebelluna 3 gennaio 1989

Tra gli impegni che assorbono il tempo libero, nello spirito dell’Istituto quello dedicato al campo sociale, assume un’attenzione particolare, tuttavia è un impegno che richiede capacità e competenza.
Con un curriculum di impegni professionali e politici, dopo un lungo peregrinare in Italia e particolarmente in Sicilia, Giuseppe Martini, approda accanto a Don Nardi, sacerdote della diocesi di Fiesole, fondatore dell’OAMI (Opera assistenza malati impediti).
Tutto preso, dall’ideale di dare un ambiente, sostitutivo della famiglia, a giovani non autosufficienti e per di più privi della famiglia, un ideale che fa esclamare a Giuseppe “Io credo ai carismi”.
Martini era assorbito nell’OAMI da impegni amministrativi, i più difficili, negli anni ‘70, teso soprattutto a promuovere nel concreto quel vincolo famigliare che era a base dell’istituzione di Don Nardi: piccoli gruppi di 8/10 elementi, in singole case, legate tra di esse proprio da quel vincolo.
Viveva profondamente la sua vocazione di consacrato nel mondo sottolineando con la vita la necessità e l’urgenza che i membri dell’Istituto si impegnassero di più nel politico e nel sociale; perché, diceva, è soprattutto qui che i cristiani, e quindi a maggior ragione i laici consacrati, debbono operare da cristiani con tutti gli uomini alla costruzione della città dell’uomo e infatti fu sindaco di Giavera del Montello.
Inoltre fu incaricato dall’amministrazione dell’ENI d’interessarsi dei figli dei dipendenti del gruppo affetti da handicap fisici o psichici e delle loro famiglie.
Fu qui che scoprì una particolare vocazione in quella di impegnato nelle realtà temporali: il servizio ad una particolare categoria di bisognosi non solo di trovare aiuto e sollievo per la loro infermità, ma anche di ricuperare fiducia e serenità, specialmente per i genitori e le famiglie in genere, nel gestire il non poco disagio derivante dalle situazioni di malattia.
Organizzò per questo settimane, soggiorni non solo degli affetti da handicap, ma di tutta la famiglia facendola incontrare con medici, psicologi, moralisti, educatori affinché le famiglie stesse diventassero capaci di gestire, aiutate anche dall’esterno, la non lieve fatica dell’handicap senza rimanerne soffocate.
Era di una povertà esemplare, non si arricchì certamente con la politica, anzi; credo che ci abbia rimesso non poco come ha ricordato anche il parroco al suo funerale.
Accompagnando all’estrema dimora la salma assieme agli amici veneti dell’Istituto, pensavo alla verità del detto evangelico: “E il padrone gli disse: Bene sei un servo bravo e fedele!... Vieni a partecipare alla gioia del tuo Signore”. (Matt. 25,21).

 

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