Norman D'Souza

Aldona, Goa, India 12 febbraio 1963 – 1996 - 1 febbraio 1997
Era portatore di una grave affezione cronica, che lo rendeva suscettibile di infezioni già dalla sua fanciullezza, sottoponendosi a terapia cortisonica da molti anni.
La consapevolezza di essere di salute precaria lo aveva trattenuto per qualche tempo dall’entrare nell’Istituto ma,
poi si decise e si dimostrò generoso negli anni di formazione, superando le difficoltà derivanti dalla sua salute e quelle impegnative del lavoro, era farmacista e gestiva una sua farmacia nel suo paese, Aldona, Goa.
Lo ricordo come un ragazzo dagli occhi vivaci, incuriositi ed interessati di qualsiasi persona incontrasse.
Aveva una barbetta nera e curata che gli incorniciava il volto sempre sereno, sebbene qualcosa nel suo sguardo lasciasse trasparire una lunga storia di sofferenza e di desideri non realizzabili.
Io non mi sono accorto subito delle sue difficoltà fisiche ma, ho notato che gli amici avevano per lui una discreta attenzione;
la discrezione e la finezza di tratto sono tipici del modo di fare degli Indiani.
Mi hanno poi detto che la sua malattia alla cassa toracica, rara ed incurabile, gli procurava delle improvvise crisi di respirazione molto gravi e lui sapeva di poter mancare da un momento all’altro.
Il giorno prima della sua consacrazione mi aveva chiesto di dedicargli un po’ di tempo per parlare con lui,
voleva conoscere meglio noi confratelli italiani, la nostra storia vocazionale e com’é la nostra vita quotidiana,
per questo mi aveva fissato un appuntamento.
All’ora stabilita, dopo cena, l’ho incontrato, lui già mi stava aspettando;
gli ho proposto di fare una passeggiata fuori, non immaginavo che la cosa potesse costituire un problema per lui.
Mi ha serenamente detto, infatti, che camminare a lungo gli rendeva la respirazione difficile a causa della sua malattia,
così siamo andati nella mia stanzetta.
Ha ascoltato con calma il mio racconto; mi ha chiesto qualcosa degli altri membri e gli ho detto che siamo tutti diversi: questa é la nostra ricchezza! Gli ho detto anche che nella Chiesa siamo come una collana di perle, a volte possiamo anche essere nascosti sotto un vestito qualsiasi, non siamo evidenti, ma siamo comunque molto preziosi agli occhi di Dio. Queste parole gli sono tanto piaciute perché mi ha confermato che anche lui, con la consacrazione, sarebbe entrato a fare parte della piccola collezione di perle nascoste dell’Istituto.
Mi ha raccontato poi la sua vocazione: all’inizio non era molto sicuro che questa fosse la sua strada giusta,
ha trascorso dei momenti di crisi nel dubbio sulla scelta; dopo aver letto gli scritti di Lazzati, ha deciso di iniziare.
La sera della sua consacrazione sono arrivati tutti i suoi parenti e i genitori vestiti a festa come per un matrimonio.
Li abbiamo accolti con calore: ho notato che gli Indiani sono molto silenziosi e discreti nelle loro manifestazioni gioiose.
Ho avuto la felice impressione che avessero capito bene il significato della nostra vocazione e hanno partecipato molto composti alla cerimonia.
Dopo la liturgia, quando noi siamo abituati a festeggiare con qualche dolce, tutti i parenti hanno abbracciato Norman calorosamente e in silenzio.
Questo momento si è svolto nella cappella in cui è stata celebrata la consacrazione.
Gli hanno offerto dei mazzi di fiori coloratissimi e poi hanno abbracciato nuovamente Norman e Menino, anche lui ai primi voti;
erano tutti silenziosi, commossi.
Traspariva in loro la gioia sincera per Norman che, dopo tanta sofferenza, ha avuto il giorno della sua festa, realizzando così completamente il suo cammino vocazionale.
Queste sono le piccole perle nascoste che il Signore mostra solo agli occhi dei suoi amici. Nella loro sobria eleganza, svelano la ricchezza dei doni del suo Spirito.