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Angelo Viganò

Angelo Viganò

Monza 15 marzo 1920 – 1951 – Monza 6 dicembre 1994

L’esistenza di Angelo rivela chiaramente, attraverso la varietà delle esperienze, la ricchezza degli incontri, l’abbondanza dei doni spirituali, a quale vocazione speciale lo Spirito l’aveva chiamato.
La Casa San Paolo, per i dimessi dal carcere e dall’ospedale psichiatrico, lo vede direttore per circa dodici anni; in quel luogo erano evidenti i vari segni della povertà: economica, sociale, culturale, spirituale. I suoi duri interventi con gli ospiti della casa (quando ce n’era bisogno) avevano lo scopo di esaltare ciò che la coriacea crosta di apparenze nascondeva, il suo obiettivo era riabilitare, educare nel senso più alto del termine. Era allora che Angelo non riusciva più a nascondere la sua interiore gioia, si può dire che nel povero cercava l’uomo: quello vero ma, più in profondità, Angelo cercava Cristo nell’uomo. Presso la Casa San Paolo, la cappella con il tabernacolo erano al centro, anche fisicamente, della casa stessa, come era al centro il povero. Così Angelo testimoniava la presenza di Cristo nell’Eucaristia e nell’uomo povero, perché sapeva dove cercare. In quella casa, perciò, non mancava mai l’incontro di catechesi per gli ospiti, come sapeva farla lui con un linguaggio adatto ad essere capito dai poveri per aiutarli a rivelare a loro stessi l’immagine più vera del Cristo che hanno in sé. Sì, perché la catechesi per Angelo era lo strumento per far risuonare nella persona l’immagine divina che nasconde e diventarne consapevoli. Dalla Casa san Paolo dovette andarsene perché altri criteri nella gestione stavano maturando.
Ben presto però fu eletto presidente della Conferenza di San Vincenzo di Monza e Brianza, così riprese la sua vita con il quotidiano contatto con i poveri e si fece carico dell’Asilo notturno per assistere i "senza casa". Per Angelo ogni cristiano che volesse vivere la sua fede intensamente, nella propria vita quotidiana, non poteva non avere un rapporto privilegiato con i poveri. Rapporto che poteva manifestarsi con una notevole fantasia di forme. Nella gestione dell’Asilo notturno si è circondato di un buon numero di giovani, una trentina, con i quali condivideva il servizio. Angelo sapeva molto bene che molti giovani avevano un’idea non esaltante della San Vincenzo, considerata un’associazione di pie vecchiette ormai largamente superata. Lui però aveva saputo trovare il modo di coinvolgerli in un servizio concreto in parallelo con un cammino educativo che lui stesso gestiva con fedeltà ogni primo sabato del mese. La sua azione con i giovani ruotava intorno a momenti di catechesi, di formazione sociale, nella concretezza del contatto diretto con i poveri e gli emarginati.
Persone di ogni razza lo interpellavano e lui, attento, le ascoltava, qualche volta con l’aiuto di un interprete, e agiva. L’accoglienza, il cibo, l’alloggio, il lavoro, la salute, la cittadinanza, ma anche il colloquio personale per poter capire le diverse mentalità ed entrare, così, in sintonia con chi aveva davanti.
Dire che Angelo ha incontrato l’Islam significa affermare la sua grande apertura verso una religione poco conosciuta e caricata di grandi pregiudizi. Certamente Angelo ha incontrato l’islam da credente, ha riconosciuto la comune origine dalla fede di Abramo. L’ha incontrato da uomo, da cristiano appassionato dell’unico Dio, al quale, seguendo da vicino Gesù Cristo, ha dedicato tutta la sua vita. Conforme al suo stile di vita ha dialogato con l’islam, tramite le persone che si rifanno a questa fede. E’ sotto gli occhi di tutti che anche tra i musulmani la pratica della fede non è così radicata da smuovere le montagne e Angelo stesso ha sperimentato questa debolezza, la fatica di molti giovani islamici nel coniugare la pratica della loro fede con il consumismo e le esigenze di una cultura come quella occidentale. Lui, che dalla sua fede ha saputo trarre la via della Carità, non si è posto come problema la conversione di qualche musulmano, ma li ha spinti a praticare con coerenza la loro religione, perché soltanto così avrebbe potuto dialogare con loro e insieme con loro continuare il cammino verso l’unico Dio.

Angelo non amava la parola "extracomunitari", spesso usata per indicare gli immigrati, egli preferiva il termine "straniero" nel suo significato biblico. Insieme agli “orfani” e alle “vedove”, lo straniero è una categoria biblica che indica il povero, cioè colui che è protetto da Dio. Usare questo termine, questa categoria biblica per Angelo significava vivere il giusto modo di rapportarsi con i poveri, coloro che per la protezione di cui godono, fanno incontrare con il Cristo povero, casto e obbediente.

Un aspetto particolarmente significativo della sua vita riguarda la tragica esperienza dei campi di concentramento tedeschi, Angelo ha ritardato di alcuni mesi il suo rientro a casa per seppellire i morti. Tutto ciò è un altro segno che la sua vita fu densamente impregnata di Vangelo.

Angelo preparò un piccolo fascicolo sul quale era stampata la messa per il suo funerale, che si concludeva con un ultimo atto di fede. Da autentico credente che era è morto pregando e ha lasciato a noi la sua fede da vero figlio di Abramo. Purtroppo non è stato letto durante il suo funerale, ne riportiamo il testo :
Credo la comunione dei santi
la remissione dei peccati
la resurrezione della carne
la vita eterna
Amen

 

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