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Un uomo libero

venerabile

Quando il professor Lazzati nel 1964 venne nominato presidente della giunta dell'Azione cattolica milanese, io avevo all'attivo tre anni di vicepresidenza nel triennio presieduto dal dottor Giancarlo Brasca. Negli anni della vicepresidenza con il professor Lazzati continuai ad occuparmi dei tentativi di evangelizzazione degli adulti, iniziative cui il dottor Brasca aveva dato vita, cercando di non lasciarmi sopraffare dalla soggezione e dal timore che il professor Lazzati mi incuteva. Dell'andamento della presidenza di giunta (erano ancora in vigore i quattro grandi «rami» dell'Azione cattolica: l'Unione uomini, l'Unione donne, la Giac e la Gioventú femminile, con programmi, giornali, impostazioni proprie), non ricordo molto, anche perché non avevo dimestichezza con il professor Lazzati e mi preoccupavo con puntiglio di condurre avanti il cómpito affidatomi. Quando il professore, nel 1968, divenne rettore dell'Università cattolica, incominciai una collaborazione diversa. Dipendevo direttamente da lui, perché era il rettore dell'Università e anche membro dell'Istituto Toniolo a cui tutto il mio settore faceva riferimento. Con il professor Romani, allora pro-rettore, e con il professor Lazzati si iniziò una nuova dimensione del cómpito della Cattolica, cioè la «formazione permanente», che si aggiungeva, per l'organizzazione in Italia, ai cómpiti del mio servizio. Soggezione e paura dovevano essere per forza superate e, di anno in anno, sentendomi piú sicura, ritenevo sempre piú un dono lavorare accanto a lui.
Cosí passarono tutti gli anni del suo rettorato.
I ricordi sono molti, ma non voglio, sentendomi a ciò inadeguata, dire del suo rettorato e del lavoro che gli vidi fare nel campo della cultura e della chiesa. Esso appartiene alla storia e saranno le persone adatte a sottolineare i suoi meriti, le sue scelte, i suoi interventi e il peso che essi hanno avuto.
Concentro alcuni frammentari ricordi sulla persona che io ho conosciuto e dalla quale ho tanto ricevuto. Si tratta di un personalissimo e parziale modo di ricordarlo, ma non per questo meno vero.
Un aspetto che mi ha tanto colpito è stato quello della sua libertà. Non era «catturabile», né dai potenti, né dai gratuiti consigli che ciascuno credeva meglio dargli. Ma, di contro, non catturava alcuno. Non ebbe mai una «corte».
Non sapeva giocare coi sentimenti delle persone. Lavorare con lui era vivere in pieno la propria responsabilità, nel piú grande rispetto. Essere personaggi illustri porta, talvolta, a mischiare le carte. Dal lavoro, alle esigenze personali, ai piccoli favori: ma non era cosí per Lazzati. Non aveva mai nulla da chiederti se non era di pertinenza del tuo lavoro. Aveva il culto della libertà, vissuta e conquistata per sé e lasciata attuare dagli altri, dimostrando in concreto un rispetto pieno del lavoro, donna o uomo che lo svolgesse.
Non era «femminista» (e per questo non mancava di punzecchiarmi), pur avendo un grande, seppure tradizionale concetto della donna, frutto della sua educazione e dei suoi tempi. Non esitò a dichiarare però, qualche anno fa, in una intervista al «Messaggero di S. Antonio», che non trovava motivi teologici in contrasto con l'ordinazione sacerdotale delle donne!
Un altro aspetto del professor Lazzati che mi ha tanto colpito era il suo stare dignitosamente distante dai forti e dai potenti, ed essere magnanimo con i suoi sottoposti. Il personale dell'Università cattolica l'ha davvero amato e si trovava tanto bene con lui, come hanno dimostrato gli incontri, le gite a cui non mancava e a cui partecipava in semplicità, godendo dei nostri cori e cantando con noi con grande senso musicale.
Non amava chi era saccente e presuntuoso: l'ho visto raggelare persone che s'impalcavano a maestri, ed ascoltare e richiedere invece il consiglio dei semplici.
Si adeguava spartanamente (senza darsi arie di uomo evangelicamente povero come di fatto era) alle situazioni di disagio. L'ho ammirato nei moltissimi viaggi, conferenze, incontri, accettare, senza mai lagnanza, tutti i disagi inevitabili. In dialetto (con me parlava solo un milanese puro, rimproverandomi i miei errori di «lingua»!) diceva: «Se ghem de patí, patem» (se dobbiamo patire, sopportiamo!), con un sorriso che distendeva il suo volto severo e illuminava i suoi occhi penetranti.
Era un uomo di grande vita interiore, ma un pudore tutto suo faceva sí che di essa si sentisse lo spessore, piú che la descrizione della stessa che non faceva mai in prima persona.
Io, curiosamente, qualche volta indagavo quando scendeva al mattino, durante i molti viaggi di lavoro che ho fatto con lui, puntualissimo nel doppio petto blu e con la camicia immacolata (non ha mai chiesto una stiratura ed era di una proprietà e di un ordine perfetto): da qualche laconica risposta si poteva capire che da molte ore era sveglio e che aveva pregato e meditato a lungo.
Lo sentii parlare un giorno della ss. Trinità: non potei fare a meno di chiedergli se la vedesse, tanto era luminoso quanto aveva detto. Rispondeva a queste intemperanze, con un finto rimprovero, lasciando subito cadere il discorso.
Non era un entusiasta, ma un razionale, un realista, persino scettico, eppure fino alla morte, per volontà e virtú, progettò, scrisse, insegnò.
Se non con i giovani, con cui aveva un rapporto particolare, era misurato nei sentimenti, dando persino l'impressione di freddezza. Poche le lodi. Conservo qualche foglietto con un «brava», «bene», «dieci e lode», che per me valsero una medaglia. Eppure alla morte della mia mamma e quest'anno quando fui in ospedale, corse subito e mi consolò come non lo avevo mai sentito fare nei miei confronti.
Ultimamente, secondo me, era cambiato. Meno severo (o forse io avevo sbarazzato il campo da tutta l'inutile soggezio­ne?), accettava ogni piccolo dono con gratitudine. Lo vidi poco tempo prima del suo ultimo ricovero in ospedale.
Nel salutarlo mi chinai e per la prima volta gli baciai le mani. Lui, cosí schivo, lasciò fare. Io, con gli occhi pieni di lacrime, con sincerità, riconoscenza, stima e devozione, potei finalmente esprimergli anche la tenerezza.